06 June 2013

Vergnani, Balzac, La Comédie humaine



Che cosa succede se Vergy va in vacanza a Venezia. Ci sono molte cose da fare in quella romantica città, molti divertimenti per un tipo come lui. Ci si può sbizzarrire. Ad esempio si può far ballar una macarena indiavolata a calci in culo a fastidiosi indigeni della zona, oppure ci si può far fregare il portafogli e per vendicarsi, si può finire a essere inseguiti da goffi arlecchini nerboruti, o farsi minacciare da sicari sardi, oppure si può rapire Faccia Abbronzata nel casinò comunale e lasciare che si originino rocambolesche fughe, tuffi nei canali melmosi, (la gondola è ormai decisamente fuori moda), in una parola, divertirsi tra sbronze e antidoti per riacquistare la lucidità: cinque caffè per la testa e dolci per il fegato.
Volete un soggiorno indimenticabile a Venezia? Volete davvero provare l'ebbrezza del vero turismo artistico, leggete Per Ironia della Morte, ovvero, tutto ciò che la guida Michelin e il manuale di storia dell'arte di Giulio Carlo Argan non vi dirà mai.
Potreste prendervi un gin tonic all'Henry's Bar, o più di uno, che sia in compagnia di Vergy e Mario,  ma l’importante è che ci sia Maddalena oppure potreste prendervi un piatto di Risi e bisi al locale dei gemelli Toni La Bissa o partecipare al torneo internazionale di scacchi contro Bragadin all'Hotel Monaco, litigare con gli scafisti per il noleggio di un motoscafo.
Del resto il poeta della guida A practical guide to Venice, di Manyon & Groover avverte: "Chiunque giunga a Venezia in novembre potrà dare uno sguardo nel fondo della propria anima. Ma cosa succede in effetti a Vergy durante il suo soggiorno presso la Serenissima?”

Nel 1962" Spillane scrive un libro Cacciatori di donne, un libro hard boiled
quasi introvabile che fortuitamente mi ritrovo grazie a mio padre:

«... puoi restar morto solo per un certo momento.
Dove prima c'era il nulla, i pezzi tornano a ricomporsi
come nella ripresa dello scoppio di una granata proiettata
alla rovescia. I frammenti tornano indietro lentamente,
sfregandosi l'uno con l'altro come se ognuno cercasse quello
che combacia e rivanno faticosamente a posto. (...)
C'è la memoria che ti fa desiderare di strisciare indietro
verso il nulla, ma l'esistenza è troppo vitale per
lasciarti andare».

Per Ironia della Morte è una profonda riflessione sul tema della vita e della morte, uno sguardo nel fondo della propria anima, nel torbido della coscienza oltre che nella melma dei canali, aggiungerei io. Ma come ne esce Vergy? Sicuramente bagnato, e, come al solito, con le ossa rotte, ma soprattutto vivo e arricchito di consapevolezza:

“Riprese senza voltarsi il suo cammino che non era quello del Don Juan di Castaneda che procedeva lungo sentieri meravigliosi che avevano un cuore, ammirando e pieno di felice stupore. Era un sentiero pieno di tenebre. Ma forse, dopotutto, al di là di ogni consolatoria illusione, alla fine conduceva nello stesso posto”.



Claudio abile scrittore sciamano, esperto nell'arte dell'Agguato, ci riporta alla mente il Nagual.  Lo stesso Castaneda infatti, nel libro Il potere del silenzio scrisse:

"Don Juan disse che la consapevolezza umana era come un'immensa casa popolata di fantasmi. La consapevolezza della vita di ogni giorno era come essere sigillati per tutta la vita in una stanza di quella immensa casa, Noi si entrava in quella stanza da un'apertura magica, la nascita, e si usciva da un'altra magica apertura, la morte".

E a parte lo scimanaesimo vergnanico, per certi versi maieutico, c'è di fatto in questo libro uno strano "bouquet" sovrannaturale a partire dal l'introduzione che richiama un passo di Stendhal:

“In mezzo ai bassi interessi del denaro e alla scolorita freddezza dei pensieri volgari che riempiono la nostra vita, le azioni ispirate da un vera passione mancano raramente di produrre il loro effetto, quasi che una divinità propizia si desse premura di condurle per mano”.

E questa è la percezione che si prova in tutto il libro, è come se un Misterioso Architetto conducesse il destino dei vari personaggi, è come se li costringesse a guardare e reagire alle proprie miserie, nella consapevolezza che nessuno decide nulla nella Comédie Humaine.
Qualcosa che, viene definito dai personaggi del romanzo, ordine naturale delle cose:

“Ma in fondo a ben vedere io non ho deciso niente, è l'ordine naturale delle cose che ha deciso per me. In casi come questi, mi consenta la metafora, la vita è come il gioco degli scacchi.  E ora la grande torre nera sta spazzando la vertiginosa colonna che la condurrà dritta alla distruzione del piccolo pedone bianco, e quel pedone è lei Vergy”.

L'ordine naturale delle cose, il motore della Commedia Umana, il Grande Drammaturgo che ha scritto il copione, l'ordine naturale delle cose per Dongo è la torre nera, il grande che mangia il piccolo. Ma scopriremo che non sarà così. E la risposta di Vergy?

“Ci credi se ti dico che non lo so nemmeno io? Non sto tanto bene, e anche questo ha la sua importanza, ma non credo che sia quello, non solo almeno. A volte non ci sono risposte. Non per me. Mi sono messo in moto e non riesco più a fermarmi. È tutto qui”.

Vergy è inarrestabile, è la sua natura, la sua naturale inclinazione alla sopravvivenza nella consapevolezza che i morti sanno una sola cosa, che è meglio essere vivi.

“No, non c'era più alcuna differenza dopo la morte, anche se ci fosse stata, non contava più nulla. Tutto quello che importava era ciò che veniva prima. Come diceva quel tale, i morti sanno una sola cosa, che è meglio essere vivi”.

“Vergy sentiva che questa vita, pur con tutta la merda di cui grondava, insomma, era la sola che aveva, l'unica che gli spettava. E non c'era altro”.

“Lei crede che uccidendomi troverà la pace, ma è un illuso. Lei porta con sé la sua condanna. È come un treno senza freni lanciato nella notte verso il nulla”.

Questa la natura di Vergy, un treno senza freni lanciato nel buio della coscienza, semplice, essenziale, per necessità, ma non per questo scevro di discernimento, l’unico che fornisce una risposta degna di senso:   

“Provava un sentimento confuso di malinconia che però non riusciva a definire. Sentiva che c'era qualcosa di profondamente sbagliato — peggio d'insensato — in tutto quello che aveva contributo a far accadere in quei giorni veneziani, ma si rendeva conto che non sarebbe stato di certo lui a cambiare le cose nell'avvilente commedia umana. Né lui né nessun altro. Non in quel tempo. Non in quel modo”. 

Sono le inclinazioni, gli istinti, la capacità di adattamento a parlare in questo romanzo, un opera realista alla maniera degli affreschi realisti di Balzac. C’è molto del grande maestro Balzac in  “Per Ironia della Morte”. Ma vediamolo dal vero attraverso questo brano tratto da Le cabinet des antiques:

             “Nulla di meglio al mondo dei selvaggi,
             dei contadini e della gente di provincia,
                per studiarne a fondo e in ogni senso
                                           costumi e abitudini;
inoltre, quando giungono dal pensiero al Fatto,
                 ci si trova di fronte al fatto compiuto.

Com’è noto, per Balzac, i romanzi non sono separati l’uno dall’altro ma sono tasselli di un grande quadro, attraverso i quali quest’autore vuole rappresentare la società dopo la sconfitta della Rivoluzione francese, un quadro sociale, realista di ciò che accade.
Ancora riporto un altro meraviglioso passo di Balzac per chiarire ancor più l'intento di Vergnani nel descrivere la Venezia e le vicende che muovono il suo romanzo:

“I particolari di questa scena densa di osservazioni e di color locale non possono essere apprezzati che fra i poggi di Montmartre e quelli di Montrouge, in questa illustre valle piena di calcinacci che sempre minacciano di cadere, e di ruscelli neri di fanghiglia; valle piena di sofferenze reali, di gioie spesso false, e così terribilmente agitata che occorre un non so che di esorbitante per produrvi una sensazione di qualche durata. Tuttavia vi si incontrano qua e là dolori che l’agglomerazione dei vizi e delle virtù rende grandi e solenni (…) Dopo aver letto papà Goriot, pranzerete con appetito addossando all’autore la vostra insensibilità tacciandolo di esagerazione, accusandolo di poesia. Ah! Sappiatelo: questo dramma non è né una finzione né un romanzo. All is true, è tanto vero, che ognuno può ritrovarne gli elementi in sé, nel suo stesso cuore, forse”.


Al di là del "sapevatelo" e dell’ “All is true” di Balzac e della sua “Comédie humaine”, dopo aver letto per Ironia della Morte, la sensazione sarà proprio quella descritta da Balzac,  dei canali veneziani, densi di fanghiglia, della laguna piena di sofferenze reali, di gioie spesso false, la laguna, così terribilmente agitata, un posto pericoloso, ove s’incontrano, qua e là, dolori che l’agglomerazione dei vizi e delle virtù rende grandi e solenni. (…) Pranzerete con appetito, alla maniera di Vergy,  addossando a Vergnani la vostra insensibilità, tacciandolo di esagerazione, accusandolo di poesia ma anche in questo caso, All si true, “sapevatelo”.  C'è un Vergy in ognuno di noi.





Per Ironia della Morte, Pagine: 362, Brossura, Nero Press Edizioni

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